Se proprio un carcere deve esistere non è necessario inventare nuove norme. É sufficiente applicare quelle già esistenti.Luigi Pagano, con La sua rivoluzione normale, accende i riflettori sul sistema-carcere italiano mettendo nero su bianco tutte quelle criticità che da sempre lo caratterizzano – e che via via sono andate acuendosi – denunciando l’impellenza di una riforma organica. Un intervento che non può più essere rimandato, anche alla luce dei moniti derivanti dalla Corte europea dei dritti dell’uomo. Una riforma che ponga al centro la dignità del detenuto e che restituisca alla pena la funzione che le compete, quella rieducativa. Una funzione scolpita nella lettera dell’articolo 27 della Costituzione, ma che è rimasta a lungo lettera morta.
L’autore, forte della sua magistrale esperienza, «chiama» ad una presa di coscienza collettiva, sottolineando come l’Amministrazione penitenziaria debba sì farsi carico delle proprie responsabilità, «ma la società deve fare lo stesso, altrimenti non si va da nessuna parte, perché essa è responsabile almeno all’80% del successo del reinserimento di un detenuto alla fine della pena…Il carcere è di tutti, e tutti dobbiamo contribuirci. A ben vedere, è una questione culturale». Continua Pagano: «che agli italiani il carcere debba interessare il meno possibile perché tanto si tratta di un mondo che segue le sue regole immutabili è una rappresentazione di comodo che tende ad acquietare il pensiero e l’azione, specie di quella politica. Ma i danni alla coscienza civica del nostro popolo non sono da meno».
Il libro, dunque, rappresenta un importante occasione di riflessione che si configura come il punto di partenza di una vera e propria rivoluzione copernicana, orientata ad un profondo ripensamento dei modelli di gestione carceraria. Un ripensamento che non può prescindere da esperienze concrete come quella di Bollate, frutto, non a caso, della lungimiranza e delle idee visionarie di Pagano. A tal proposito l’autore scrive: «…vorrei ricordare il carcere di Bollate, non per la dimensione di eccezionalità di cui è ammantato, che rischia al contrario di essere la sua rovina, ma perché in quell’istituto nulla si è fatto se non applicare le norme esistenti: un tentativo di dimostrare che quella legge tanto osteggiata se applicata con cognizione di causa ottiene risultati positivi sul fronte del rispetto dei diritti, del mantenimento della sicurezza interna e del cosiddetto reinserimento sociale».

